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Fondamenta Magazine

Editoriale

Più che a ogni altra stagione, probabilmente, alla primavera accordiamo il potere di un rinnovamento profondo dello spirito. Mentre tutto fuori pare rigenerarsi – la flora e la fauna, il suolo e le risorse, l’equilibrio trofico nel suo complesso – percepiamo al contempo dentro lo schiudersi di nuove possibilità e nuovi orizzonti; quanto più si dà spazio al sentire, tanto più il mondo si allarga, si intensifica, diviene sensibile.

Così come in natura, il campo delle arti rifiorisce: “Qui fu innocente l’umana radice; qui primavera sempre e ogne frutto” (Purg., XXVIII) fa dire allegoricamente Dante a una delle figure più eteree ed enigmatiche della Commedia, Matelda, per testimoniare l’approdo a uno stato dell’animo che possa corrispondere al giardino dell’Eden. Un risveglio (e anche il Sommo Poeta se lo sarebbe augurato) che, trasferito sul piano politico e sociale, è venuto inoltre nel corso dei secoli spesso a coincidere con la fine della guerra, con la liberazione dall’oppressione, con l’apertura di una fase di pace e distensione.

Quale miglior tema e quale miglior coincidenza della Primavera allora per questo nuovo episodio di Fondamenta Magazine, che porta con sé alcune innovazioni e cambiamenti, appena superate le feste del 25 Aprile e del 1° Maggio? L’abbiamo chiesto ad autrici e autori che negli ultimi mesi hanno ragionato proprio intorno a questo concetto, declinandolo in maniera personale sotto il segno di alcuni degli artisti di cui maggiormente si è parlato nel panorama italiano del momento.

Da Bernardo Bertolucci e il suo capolavoro Novecento, raccontato da Giuseppe Filippetta con gli occhi del partigiano che “cammina in un campo intonando tra sé e sé parole che ricordano un passato di lotte e di sofferenze, ma il tono e la serenità […] di un mattino di primavera”, al cinema visionario di Agnès Varda, che attraverso le parole di Anna Masecchia ci ricorda come il germoglio di un’idea, simile a un’improvvisa primavera,  può sorgere in ogni momento in cui ci si apre al caso, “per strada, osservando la gente, al supermercato”. Da Mark Rothko, la cui opera viene riletta in modo originale da Riccardo Venturi secondo la presenza dei quattro elementi in un “succedersi di due momenti disuguali: la detonazione istantanea e il fumo che si sprigiona per una durata indeterminata”, fino alla dirompente personalità di Mario Schifano, l’unica rockstar dell’arte italiana sul finire del secolo scorso, capace per Daniela Lancioni di “rigenerare in cadenze e orientamenti nuovi quanto era consumato e sfibrato”.

A suggello visivo del tutto, l’inconfondibile segno di Elisa Montessori, evocato da Andrea Viliani entro un tempo che “non è una linea progressiva e unidirezionale ma sedimento e compostaggio in cui gli antenati convivono con noi, così come le specie si possono mutare l’una nell’altra e la realtà”, e l’ispirato, brioso, estroso artwork di Sara Fanelli dedicato alla Primavera, un invito per ciascuno di noi “a creare le proprie storie dell’arte”.

 

Giulio Carlo Pantalei, Francesca Campana

 

FM RADIO 

Antonio Vivaldi – La Primavera
The Beatles – Here Comes the Sun
Franco Battiato – Risveglio di primavera
Nirvana – In Bloom
The Jesus and Mary Chain – April Skies
Daniela Pes – Ora
Blood Orange – Countryside
Car Culture – Featherweight
Lucrecia Dalt – No tiempo
Four Tet – Two Thousand and Seventeen

Primavera

La generosa varietà di fiori di Botticelli, le carte dei libri di conto dei mercanti medievali fiorentini e il ritorno di Zefiro hanno ispirato quest’immagine di Primavera…

Sara Fanelli

Politica / Paese

Il celeberrimo “fiore del partigiano” che appare in Bella ciao è senza dubbio un fiore di primavera. Nel suo capolavoro Novecento Bernardo Bertolucci lega simbolicamente a questa stagione la vittoria sul nazifascismo e l’avvento della Repubblica e della democrazia. Come si racconta la “primavera” del paese?

È il 25 aprile 1945, un giovane partigiano, mitra a tracolla, cammina in un campo intonando tra sé e sé parole che ricordano un passato di lotte e di sofferenze, ma il tono e la serenità con cui le canta sono quelli scanzonati di un mattino di primavera. Improvvisamente un milite repubblichino sbuca dall’erba alta e con una raffica interrompe il canto prima che cominci la strofa successiva, che annuncia il futuro […]. Novecento inizia e finisce con la primavera e la Resistenza, ed è sin dal suo inizio un film sulla Resistenza, non solo per la scena di apertura, ma perché – lo ha dichiarato lo stesso Bertolucci a Elisabetta Sgarbi – nella sfida tra Olmo Dalcò e Alfredo Berlinghieri c’è già, simbolicamente, la Resistenza. La nascita nello stesso giorno del figlio del contadino e del figlio del proprietario terriero è il punto di partenza del racconto della lunga durata del conflitto tra padroni e contadini, che dalle lotte e dagli scioperi di inizio secolo arriva alla Liberazione passando per la grande guerra, il biennio rosso, lo squadrismo fascista e il ventennio del regime. Novecento racconta, con il respiro dell’epica e la forza del mito, la storia di un contromondo di campagna, prima socialista e poi comunista, creato da generazioni di famiglie piantate tra la terra e il cielo della pianura emiliana, come i Dalcò, una comunità famiglia che abita quella pianura confidando che prima o poi in cielo comparirà la primavera, il sole dell’avvenire.

 

Giuseppe Filippetta
Autore del saggio Resistere con Novecento, nel catalogo Bernardo Bertolucci. Il Novecento, una mostra al Palazzo del Governatore di Parma dal 27 marzo al 26 luglio 2026

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Pittura / Paralleli

La primavera in pittura è convenzionalmente associata alla fioritura, alla nascita, al rigoglio. Eppure, al contempo, ce l’ha spiegato Eliot in un verso celeberrimo: “Aprile è il più crudele dei mesi”. L’opera di Mark Rothko, uno dei protagonisti del momento nel panorama d’arte nostrano, riesce in qualche modo a sintetizzare questo rapporto ambiguo, non così facilmente conciliabile e rassicurante, tra gli elementi naturali. Come lo racconteresti?

Se ripercorriamo il modo in cui, a partire dagli anni cinquanta, la critica ha percepito e considerato il cosmo pittorico di Rothko, ci accorgiamo che ricorrono con frequenza due termini all’apparenza irrelati se non inconciliabili: “radiance” ed “explosive”. Da una parte abbiamo il bagliore, la luminosità, lo sfavillio, ovvero una luce associata all’emanazione di un raggio, che sia naturale come il sole o artificiale come il fascio di luce di una lampada o di un proiettore. Possiamo tradurlo con “raggiante”, spesso attribuito a un volto o a un sorriso: qualcosa emana, irradia da una fonte di luce, emette energia e in tal senso è sinonimo di radiante. Dall’altra parte abbiamo l’esplosione che, rispetto al bagliore, associamo con più difficoltà al medium inerte della pittura, trattandosi di una scarica improvvisa d’energia, che causa la trasformazione di una sostanza. Un’esperienza temporale in cui si succedono due momenti disuguali: la detonazione istantanea e il fumo che si sprigiona per una durata indeterminata.

 

Riccardo Venturi
Autore di Rothko. Secondo natura

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Principio / Processo

Nel lavoro  della grande regista, sceneggiatrice e fotografa belga Agnès Varda il gesto creativo si dà come pratica aperta, in relazione costante con il caso e con il reale, dove l’attenzione si prolunga oltre la ripresa e si radica nel vivere stesso. In che modo questo rapporto diventa una forma di primavera dell’immagine?

Un processo creativo diffuso, legato al presupposto che un artista non solo crea incessantemente in tutte le fasi di realizzazione di un film, ma può farlo solo lasciando che in questo processo risulti coinvolto tutto il suo modo di stare al mondo. Come dichiara in diverse occasioni, fa sempre film, anche quando non ne sta realizzando uno: per strada, osservando la gente, al supermercato. Secondo una lunga tradizione di realismo francese, il suo metodo di lavoro è “capriccioso”, segue le “variazioni del suo essere” come quello di un altro grande pensatore in prima persona come Michel de Montaigne. Nel 1986, in una lunga intervista, spiega così questo processo creativo: “dal momento in cui si inizia un film, quando l’idea comincia a germogliare, si sviluppa uno stato di grazia e un rapporto attivo con il caso. In un certo senso, siamo io e il caso a fare il film. […] Sapete, gli artisti tirano in ballo l’ispirazione, la musa […]. Ma non è la musa, è il rapporto con le forze creative che fanno in modo che accadano le cose di cui hai bisogno”.

 

Anna Masecchia
Autrice di Agnès Varda. Mi ricordo mentre vivoOilà n. 24

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Pittura / Proliferazione

Nel rileggere l’opera di Mario Schifano, emerge la figura di un artista che non si lascia ricondurre a una traiettoria unitaria, ma insiste piuttosto in una serie di attraversamenti, di sconfinamenti tra tecniche e immagini, come se ogni approdo fosse provvisorio. Si può leggere questa tensione come una forma di “primavera” della pittura?

Un altro poeta e critico d’arte, Emilio Villa, presentando nel 1960 cinque giovani artisti al tempo sodali – Franco Angeli, Tano Festa, Francesco Lo Savio, Mario Schifano e Giuseppe Uncini – li definì “pittori”, non nel senso antiquato del termine, ma perché capaci di rigenerare in cadenze e orientamenti nuovi quanto era consumato e sfibrato. Questo processo, individuato all’epoca del nodale sganciamento dall’ormai svigorita pittura informale, restò una costante nella biografia artistica di Mario Schifano. “Rigenerazione della pittura”, pertanto, è il sintagma che auspichiamo possa risuonare lungo il percorso della mostra, a suggello dei tributi ma anche delle peripezie e delle metamorfosi con cui l’artista sondò la pittura, conducendo alla sua maniera pratiche note o sperimentando condotte del tutto nuove che alla pittura consegnarono fotografia, cinema, immagini digitali o lisergiche superfici di metacrilato, di volta in volta elaborando inesplorati modi di guardare, quindi di pensare.

 

Daniela Lancioni
C
uratrice della mostra Mario Schifano al Palazzo delle Esposizioni di Roma
dal 17 marzo al 12 luglio 2026 e del catalogo Mario Schifano

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Pulsazione / Permanenza

Attraversato da un tempo che non procede ma si deposita e ritorna, il segno di Elisa Montessori sembra sottrarsi a ogni fissità, restando in una condizione di vibrazione continua. Le forme non si chiudono, si aprono. In questa mutevolezza possiamo parlare di una “primavera” continua del suo linguaggio?

Il tempo non è una linea progressiva e unidirezionale ma sedimento e compostaggio in cui gli antenati convivono con noi, così come le specie si possono mutare l’una nell’altra e la realtà co-esiste con l’immaginazione in delicati e instabili equilibri. Montessori riesce a fare con le sue opere qualcosa di simile. Ed è così che il suo segno-vento – quell’impercettibile segno che le appartiene come a Eraclito apparteneva (secondo Platone) quello della corrente del fiume “in cui non potresti entrare due volte […] a causa dell’impetuosità e della velocità del mutamento per cui essa si disperde e si raccoglie, viene e va” – fa oscillare e vibrare all’unisono le sue opere e le sue mostre. Come oscilla e vibra tutta questa sua camera rossa, camera picta senza muri la cui tensione intellettuale è quella di comprendere in essa la casa intera e persino il paesaggio dove la casa è costruita, fino all’orizzonte e oltre di esso. Procede, si amplia e ti coinvolge anche quando la vorrebbero fermare (e molti ci hanno provato, nella vita di quest’artista resiliente e giocosa, ingenua e saggia). Ma come si fa a fermare il vento? Non si può, semplicemente.

 

Andrea Viliani
Autore del saggio Cara Elisa, se il tuo segno è il vento…
Introduzione a una camera rossa e un pesce rosa
in Elisa Montessori. Il sogno della camera rossa

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